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“Piangevo perché avevo un ufficio senza porta, finché non ho incontrato uno che non aveva neanche un cubicolo”. (DILBERT). “Forse avete già sentito parlare del progetto “open spaces”, spazi aperti, per gli uffici. Da un po’ di tempo a questa parte se ne parla spesso. Con gli “open spaces” gli impiegati non hanno uffici e nemmeno cubicoli, ma solo scrivanie allineate in grandi saloni. In pratica vengono eliminate le zone archivi personali. Il che non è una tendenza entusiasmante. Dopo che il vostro principale vi ha portato via la porta e i muri, quando vi avrà sottratto anche le zone archivio, non rimangono molte cose da considerare per il successivo passo nella progettazione degli uffici. É probabile che nella prossima rivoluzione progettuale in fatto di uffici spariranno: Il pavimento, i muri, la vostra felicità.” (1) “Il paradosso comunicazionale può nascere già da una impostazione ambientale ambigua e per ambiente qui si intende tutto l’universo sensoriale percepito dall’individuo. Il
veicolo dell'interazione è la comunicazione. Può darsi che sia giusto (o può
darsi che sia sbagliato) applicare a questi rapporti una teoria della
comunicazione umana. In ogni caso, ci sembra chiaro che se si considera l'uomo
soltanto come “animale sociale” si trascura il suo nesso esistenziale di
cui i rapporti sociali in cui l'uomo è coinvolto sono soltanto un aspetto,
anche se molto importante”. (2) “A
quanto pare l'uomo ha una propensione molto profonda a ipostatizzare la realtà,
a farne un'amica o un'antagonista con cui si deve venire a patti. Ma
che possiamo dire allora di quei messaggi vitali che l'uomo deve decodificare
come meglio può per assicurarsi la sopravvivenza come essere umano? Tale
conoscenza equivarrebbe a una percezione che né l'esperienza passata né il
contesto presente sanno spiegare, e il fatto che sia inspiegabile e
imprescindibile probabilmente renderebbe la percezione una fonte di angoscia.
L'uomo non smette mai di cercare di conoscere gli oggetti della sua
esperienza, di capire che significato hanno per la sua esistenza e di reagire
ad essi a seconda di quello che capisce. Infine, dalla somma totale dei
significati che ha dedotto dai contatti con numerosi oggetti singoli del suo ambiente
si sviluppa una visione unitaria del mondo in cui si trova gettato (per usare
ancora un termine esistenzialista), e questa visione è di terzo ordine. Ci
sono buone ragioni di credere che sia davvero del tutto irrilevante stabilire
in che cosa consista questa visione del mondo di terzo ordine, purché offra
una premessa che abbia un significato per l'esistenza di ognuno. Il sistema
delirante di un paranoico adempie la sua funzione di principio esplicativo
dell'universo del paziente nella stessa misura in cui una visione 'normale'
del mondo adempie la medesima funzione per l'universo di qualsiasi altra
persona. Ma il punto importante è che l'uomo opera in base a una
serie di premesse sui fenomeni che percepisce e che la sua interazione con la
realtà, nel senso più esteso del termine (cioè non solo con gli altri esseri
umani), sarà determinata da tali premesse. A quanto si può congetturare,
queste premesse sono il risultato di tutta un'enorme gamma di esperienze
dell'individuo e la loro genesi è quindi al di là di ogni possibile indagine.
Ma non ci può essere alcun dubbio non solo che l'uomo punteggia la sequenza
di eventi in un rapporto interpersonale ma anche che lo stesso processo di
punteggiatura è operante nel processo, continuo e necessario, di valutare e
selezionare le diecimila impressioni sensoriali che l'uomo riceve ogni secondo
dal suo ambiente interno ed esterno in
larga misura la realtà è ciò che la facciamo essere. I filosofi esistenzialisti
propongono una relazione molto simile tra l'uomo e la sua realtà: essi
concepiscono l'uomo come un essere gettato in un mondo opaco, privo di forma e
di significato, da cui è l'uomo stesso a creare la sua situazione. Il suo
modo specifico di “essere – nel - mondo” è quindi il risultato della sua
scelta, è il significato che egli dà a quello che presumibilmente è al
di là di ogni oggettiva comprensione umana. (op. cit.) STIMOLARE IL CONTATTO E L'INTERAZIONE “La
nostra sopravvivenza dipende dalla nostra capacità di vivere e lavorare insieme
agli altri. La produzione, il rifugio, l'apprendimento, la difesa,
l'affermazione politica, ogni genere di esperienza ricreativa e culturale -
tutti questi fattori richiedono cooperazione e partecipazione. Il nostro
bisogno di partecipazione emotiva è, tuttavia, altrettanto grande. La misura
in cui siamo amati e accettati dagli altri costituisce sin dall'infanzia un
elemento fondamentale che determina il genere di essere umano che diventeremo.
Persino il rispetto di sé dipende in gran parte dalla misura in cui siamo
accettati nei gruppi i cui membri noi apprezziamo. Noi cerchiamo di fare
amicizia, ci sposiamo, lavoriamo con gli altri e cerchiamo di essere amati da
chi ci è più vicino e di essere stimati dai nostri colleghi. Se questo ci
manca, anche per breve tempo, ci sentiamo confusi e dubitiamo di noi e del
nostro valore. Molte
persone incontrate da operatori sociali e sanitari hanno, però, una grave
carenza di contatti umani. Invalidità, vecchiaia, malattie fisiche o mentali
e appartenenza a minoranze costringono molti clienti e pazienti a una vita di
grande isolamento. Tale alienazione riduce ulteriormente nel cliente la fiducia
in sé, togliendogli gradualmente la capacità di svolgere la propria funzione
sociale. Così egli è preso in una spirale crescente di fallimenti sociali con
conseguenze inevitabili sulla sua salute sia mentale che fisica. I metodi di
gruppo sono particolarmente adatti al trattamento di questi problemi di
alienazione rompendo la spirale di isolamento, emarginazione e fallimento
sociale. Le riunioni di gruppo offrono un inserimento in una situazione sociale
che contrasta l'isolamento e l'alienazione. Non
esiste, però, nessuna garanzia sul funzionamento delle riunioni di gruppo.
Questo dipenderà dalla composizione del gruppo, dalle motivazioni e capacità
dei membri e dal successo o fallimento della ricerca di una affinità. Un altro
fattore assolutamente decisivo è la misura in cui il gruppo svolge attività
che sono significative per i membri e che richiedono o stimolano un'interazione
attiva tra loro”. (3) Il
lavoro di gruppo quindi ristabilisce lo spirito di appartenenza, stimola a
cooperare per il raggiungimento di un obbiettivo, sempre che siano soddisfatti i
principi propedeutici perché “L’uomo
dell’organizzazione che non trova più la sua sicurezza in rapporti gerarchici
o paternalistici, esprime le sue caratteristiche di fondo nella elevata capacità
di tollerare le frustrazioni, il rinunciare alle soddisfazioni immediate, il
trascurare le preferenze personali e i legami affettivi, il considerare i
“clienti” come “casi” e l’orientamento verso il successo qualità
importante perché facilita l’adattamento della persona al suo compito e
contribuisce a rendere più efficace la stessa organizzazione.”(4) Quindi
si può considerare efficace il momento non direttivo e non normativo suggerito
da Carl Rogers come momento di socializzazione e di autenticità personale con
una forte connotazione di sostegno del sé come autoconsiderazione. Perché
ciò si verifichi egli indica nove punti importanti da seguire: 1.
Creare in tutta l'organizzazione un clima di franchezza, propizio alla
soluzione dei problemi. 2. Integrare l'autorità connessa alla funzione o allo status con l'autorità del sapere e della capacità. 3. Situare le responsabilità decisionali e di soluzione dei problemi quanto più possibile vicino alle fonti d'informazione. 4. Instaurare in tutta l'organizzazione la fiducia tra gli individui e tra i gruppi. 5. Indirizzare maggiormente la competitività verso gli obiettivi di lavoro ed esaltare gli sforzi di collaborazione. 6.
Realizzare un sistema di ricompense a riconoscimento dei risultati
ottenuti sia nel compito dell'organizzazione (utili e impianti) sia nello
sviluppo organizzativo (crescita delle persone). 7.
Accrescere nei lavoratori il senso di “appartenenza” degli obiettivi
dell'organizzazione. 8. Aiutare i dirigenti a operare in conformità a obiettivi
pertinenti anziché secondo “quanto si è fatto in passato” o in base a
obiettivi che nulla hanno a che vedere con la rispettiva area di responsabilità. 9. Accrescere l'autocontrollo e l'autodirezione per il
personale nell’ambito dell’organizzazione. (5) L’indicazione
di Rogers è comunque un inizio, esistono svariati modi di poter condurre gruppi
di lavoro da approcci sistematici a sistemi dinamici con prevalenza di
empowerment o di analisi transazionale, quello che mi preme sottolineare è il
concetto di cultura e cambiamento, in quanto “La cultura riesce sempre meno a
coinvolgere la gente comune, ad arrivare ad essa. Tende a chiudersi nell'ambito
di un ristretto numero di persone che di fatto creano accademie usando
linguaggi per iniziati, incomprensibili alla massa. Le
istituzioni rappresentative del mondo del lavoro hanno condotto una grande
battaglia per elevare economicamente il livello di vita dei lavoratori, di tutti
i componenti della comunità nazionale. Ciò ha consentito di incrementare
reddito e prodotto, ma poco o nulla si è fatto perché contemporaneamente
potesse aumentare anche il grado di apprendimento e di attitudine al
ragionamento dell'individuo, indipendentemente dalla intorpidente azione
compiuta dai mezzi di comunicazione e di informazione di massa. Far
riacquistare all'individuo la curiosità e con essa il desiderio e il piacere
della conoscenza e la capacità di una razionalità autonoma, sia pure
nell'ambito di un comportamento socialmente programmato, deve costituire una
nuova frontiera da conquistare per le istituzioni in generale e in particolare
per l’impresa in quanto espressione sociale più tipica del nostro tempo.”
(6) “Dai processi di differenziazione e integrazione emerge un sistema di
ruoli che è assolutamente importante perché non solo caratterizza le diverse
organizzazioni, ma anche perché è proprio questo sistema che influisce sui
comportamenti individuali. Infatti gli individui modificano il loro
comportamento sulla base del ruolo che sono chiamati a giocare. Non a caso i
sociologi definiscono il ruolo in termini di comportamento atteso. Ma questo
fa anche parte dell'esperienza comune. Non solo ciascuno di noi si comporta in
maniera diversa quando fa il professore (o lo studente), il padre (o il figlio),
l'amico, l'amante ecc., ma tutti noi abbiamo avuto una qualche esperienza, di
solito deludente, di come cambiano le persone e i loro comportamenti quando
vanno a occupare un nuovo ruolo. Il collega studente che ottiene un incarico
di ricerca da parte di un professore oppure viene eletto in qualche organo
formale; il collega qualsiasi che diventa capo e tradisce quel cameratismo e
quella solidarietà di cui era magari il massimo alfiere prima della
promozione; il segretario provinciale di qualsiasi associazione che si è
sempre battuto contro lo strapotere dell'organo regionale e che una volta
diventato segretario regionale cambia radicalmente idea, atteggiamento, comportamento. Tutto questo
sta a significare allora che le organizzazioni, proprio in quanto sistemi di
ruolo, sono sempre e comunque meccanismi di influenza dei comportamenti
individuali e questo per due ragioni. Innanzitutto
perché gli altri (membri dell'organizzazione, superiori, clienti, fornitori,
utenti, colleghi ecc.) si aspettano comportamenti previsti da chi ricopre i vari
ruoli: gli studenti si aspettano che i professori facciano lezioni; i pazienti
che i medici li curino; i subordinati che i capi diano degli ordini ecc. In secondo
luogo perché noi ci comportiamo in maniera diversa da come siamo
"naturalmente" (ammesso che sia possibile pensare all'individuo a
prescindere dai ruoli sociali che ricopre) a seconda dei diversi ruoli che
rivestiamo all'interno delle diverse organizzazioni in cui siamo impegnati. Del resto, come già abbiamo visto in
precedenza, questo è al contempo il risultato e la precondizione per l'agire
dell'organizzazione. Se così non fosse non sarebbe possibile alcuna
organizzazione. Questo ci porta però a chiederci quanto è vincolante il ruolo
sul comportamento degli individui e purtroppo si tratta di una domanda assai
difficile Studiosi di moltissime discipline si sono occupati e continuano a occuparsi
di questa questione: dalla sociologia all'antropologia, all'etica alla
psicologia ecc. E anche limitandoci strettamente alla nostra disciplina
facciamo fatica a dare una risposta perché essa dipende in larga misura da
concetti, analisi, interpretazioni ... Proviamo però
a sviluppare qualche semplice considerazione sul piano logico. Se è vero che
l'organizzazione (come forma particolare di azione collettiva) si basa sui
processi di differenziazione e integrazione e quindi su di un sistema di ruoli
che specifica chi fa cosa, allora è chiaro che le possibilità di esplicitare
tutte le potenzialità dell'organizzazione risiedono nel fatto che ciascun
individuo all'interno dell'organizzazione modifichi il proprio comportamento
"naturale" sulla base dei dettami del ruolo. Se ciascuno
degli organizzatori di una festa fa quello che è stato deciso ci sono elevate
probabilità che la festa riesca. Ma se chi era stato incaricato di pensare al
mangiare non ci pensa, oppure autonomamente decide, senza comunicarlo agli
altri, di pensare al bere, ecco che la festa non riuscirà o comunque riuscirà
peggio. Certo esistono margini di libertà, ma rispetto alle prestazioni
dell'organizzazione questi margini sono comunque limitati perché, per
definizione, i singoli compiti attribuiti sulla base del principio “chi fa
cosa” sono tra loro interdipendenti. L'interdipendenza è un'altra delle
dimensioni fondamentali e caratterizzanti qualsiasi organizzazione: essa sta a
sottolineare i tipo di legame che esiste tra un ruolo e l'altro la cui azione
congiunta, lo ricordiamo, è la condizione di operatività
dell'organizzazione. I legami tra i
diversi ruoli e i diversi sottocompiti in cui si articola l'organizzazione non
sono evidentemente tutti uguali, né per intensità né per l'impatto che
possono avere sulle prestazioni delle organizzazioni. Questo significa che
esistono diversi tipi ma anche diversi gradi di interdipendenza, come è
facilmente ricavabile ancora una volta dai nostro esempio. Se alla festa mancano
le bevande (perché chi doveva portarle non ha conformato il suo comportamento
al ruolo che gli era stato attribuito) la festa si può fare lo stesso anche se
sarà un po' più triste. Ma se chi doveva portare il registratore disattende
il suo compito. renderà del tutto vana l'azione corretta, e rispettosa del
ruolo, di chi diligentemente ha portato le cassette per ballare. E chiaro poi
che se nessuno rispetta i compiti previsti la festa non si farà proprio. J. Thompson ha
messo in evidenza tre tipi principali di interdipendenze. Un'interdipendenza
generica che, ad esempio, caratterizza le grandi strutture di vendita. Se la
concessionaria del Piemonte vende poco, questo non comporta automaticamente che
venda poco anche la concessionaria del Veneto che anzi potrebbe aumentare le sue
vendite. Ma dal momento che fanno parte della stessa impresa alla lunga questo
si rifletterà anche sul Veneto. E lo stesso caso delle bibite e del cibo alla
festa. Un'interdipendenza
sequenziale che caratterizza quasi tutte le attività produttive: non si può
assemblare una vettura se prima non vengono preparate le singole componenti;
non si può montare il tetto di una casa se non sono prima state costruite le
strutture portanti; non possiamo suonare le cassette se qualcuno non ha portato
il mangiacassette. Parliamo
infine di interdipendenza reciproca quando il risultato, l'esito, l'output di
un'attività costituisce l'input, la risorsa iniziale, la condizione dell'altra
e viceversa. L'esempio tipico è quello degli aerei e della loro manutenzione.
Per volare gli aerei devono sottoporsi regolarmente a manutenzione, ma la
manutenzione di converso ha bisogno che gli aerei volino per poter intervenire
su di essi. Qualunque sia
il tipo di interdipendenza e la sua intensità, intesa come rilevanza per
l'agire organizzativo, è importante sottolineare la connessione tra i diversi
ruoli che impone e pretende il massimo di conformità di comportamenti previsti dal sistema dei ruoli. Veniamo adesso alla questione dei
rapporti tra processi e modalità d differenziazione e processi e modalità di
integrazione che, come orma sappiamo, coinvolgono e implicano sia i
comportamenti degli individui nei diversi ruoli che gradi più o meno elevati di
interdipendenza La combinazione di tutte queste
dimensioni potrebbe far nascer l'idea che esista l'organizzazione ottimale in
assoluto e che sia quella che ha il miglior processo di differenziazione e il
miglior processo di integrazione; quella in cui gli individui fanno sempre
esattamente quel lo che è prescritto dal ruolo in modo tale che le
interdipendenze possano fluire secondo gli schemi progettati. In realtà così
non è e dovremmo abituarci a ragionare in termini relativi e non assoluti, e
soprattutto in termini circolari anziché lineari. Il nodo centrale non è tanto
quello di avere punti di ottimo nei diversi processi, quanto quello di garantire
la coerenza tra i diversi processi. Prendiamo un
solo esempio per capirci, anche perché sul tema della coerenza avremo modo di
tornare più volte. Il problema, nonostante le apparenze, non è quello di
dire se ha ragione il direttore vendite o il direttore di produzione quando
confliggono tra di loro. Il problema è di fare in modo che la struttura di
vendita sia coerente con quella di produzione e viceversa. Non mi serve una
struttura di vendita potente, sofisticata, capillare se la produzione è
limitata. Così come non mi serve una struttura di produzione qualificata se la
struttura di vendita non è in grado di collocare sul mercato quanto viene
prodotto. Ma lo studioso di organizzazione non può dire chi ha ragione e chi ha
torto, può solo richiamare la necessità della coerenza. Se si ritiene (se i
capi ritengono) che la produzione non può e non deve essere modificata dovranno
modificare la struttura di vendita in conformità e viceversa. Lo stesso vale
per la fureria: non importa se recapita tanto cibo e tante munizioni, però nel
posto sbagliato; meglio sarebbe una quantità inferiore di cibo e di munizioni
nel posto giusto. E per tornare alla nostra festa: se chi porta il cibo porta
le ostriche e chi porta da bere porta la Coca-Cola è chiaro che qualcosa
stona. Possiamo per
ora chiudere ricordando che se è vero che differenziazione e integrazione
rappresentano l'essenza stessa dell'organizzazione, perché questa funzioni a
dovere occorre che i due processi in questione siano caratterizzati da coerenza,
consonanza, congruenza, sintonia; occorre cioè che i due processi si sostengano
l'un l'altro in un quadro tendenzialmente armonico di relazioni. Questo è esattamente quello che accade
sempre e comunque a chiunque entri a far parte, diventi membro, di una qualsiasi
organizzazione. Abbiamo già visto che l'ingresso in una organizzazione viene
sempre stigmatizzato da riti di passaggio dallo stato laicale a quello di membro
effettivo. Qualsiasi organizzazione definisce con molta precisione come ci si
debba vestire, come si debba parlare, come ci si debba rivolgere agli altri
"colleghi" e ai superiori, come ci si debba rivolgere agli
"esterni". In alcuni casi tutto questo è esplicito e formalizzato e
ci sarà qualcuno che spiegherà con grande dettaglio tutto ciò al nuovo arrivato;
in altri casi sarà meno esplicito ma non per questo meno vincolante: se tutti
in ufficio portano la cravatta non ci sarà bisogno di un ordine esplicito del
superiore; dopo pochi giorni il nuovo arrivato realizzerà che se non vuole
essere "diverso", se vuole far parte del gruppo ed essere come gli
altri, dovrà adeguare anche il suo abbigliamento.” (7) Il
lavoro del futuro quindi si concentra sulla chiarezza nella leadership, “... i
problemi posti da leadership e motivazione sono oggi più importanti che mai.
Sempre più essenziali stanno poi diventando per la sopravvivenza delle
organizzazioni, tanto che in futuro uno dei compiti dei capi consisterà nel
saperne giudicare l'importanza ai fini della corretta utilizzazione delle
risorse della propria azienda. Il lavoro dei leader potrebbe essere definito
come gestione di energia. Loro compito principale è quello di trovare il modo
più efficiente di convogliare tutta l'energia presente nell'organizzazione
verso un obiettivo comune. Devono fare qualcosa di più che non creare ed
estrinsecare una visione del futuro capace di armonizzarsi con l'ambiente
esterno. Si chiede loro di articolare, condividere e realizzare questa visione
incanalando verso l'esterno l'energia aggressiva delle persone che dipendono
da loro, di creare un ambiente nel quale questa energia non vada sprecata in
lotte intestine e giochi di potere. Gli appartenenti all'organizzazione
dovrebbero essere invece incoraggiati a combattere l'avversario comune, la
concorrenza. Sta ai leader dare alla loro fatica quotidiana la giusta
focalizzazione. Allo stesso tempo dovrà essere generata all'interno
dell'organizzazione energia psichica. I dipendenti devono essere motivati e
messi in grado di agire. Dovrebbero poter esprimere opinioni e pensare con la
propria testa. Per ultimo, ma non in ordine d'importanza, dovrebbero poter amare
il proprio lavoro e, perché no, divertirsi mentre lo compiono. Naturalmente
una cultura organizzativa di questo genere dipende in gran parte dal tipo di
contratto psicologico esistente fra leader e gregari. Senza una buona gestione
delle energie verrà a mancare un contratto psicologico corretto, e di conseguenza
la necessaria fiducia. La fiducia è indispensabile al benessere e al corretto
funzionamento delle organizzazioni. Dato che lo spettro della paranoia può
fare in qualsiasi momento la sua comparsa in una grande organizzazione, è
essenziale che il leader trovi il modo di gestire e neutralizzare le sue forze
distruttive. Per la fiducia occorrono da parte del leader comunicazione,
disponibilità all'aiuto, rispetto, imparzialità, credibilità, competenza e
coerenza. Per rendersi veramente conto del significato di questi termini il
leader dovrà prima comprendere che cosa significhi trovarsi dall'altra parte,
quali sentimenti si provino in situazione gregaria. Il leader dovrà possedere
empatia e capacità di autoanalisi creativa. In quale misura, dipenderà dal
suo equilibrio psicologico.” (8) “Nei momenti di sviluppo e di
cambiamento, l'organizzazione ellegge dei leader capaci di gestire l'impatto che
le modifiche in corso esercitano sui valori e sui sistemi di credenze propri e
dei suoi membri. Sempre di più, la richiesta fatta ai leader è di riorganizzare
la loro attività attorno (a)
al coordinamento di
persone provenienti da contesti e culture differenti e (b) all'attuazione
di valori come la «qualità», il «servizio al cliente» e la «responsabi-lizzazione
o empowerment del dipendente». Questo mutamento della domanda
ha portato con sé la richiesta al leader di un insieme specifico di nuove
abilità e conoscenze sulla comunicazione e sulla gestione di credenze e valori. Per affrontare i diversi tipi di problematiche relativi alle credenze
che si possono presentare si può far leva su una gamma di abilità di
leadership. Esse riguardano soprattutto la percezione e la gestione di contesti
in cambiamento e in transizione. Le più comuni fra queste abilità sono la
capacità di «ridefinire», di «riformulare», di «ripuntualizzare», di «contestualizzare»,
di assumere nuove prospettive, di ampliare l'ambito di percezione di eventi e
situazioni specifiche in modo da dare a esse un significato. In genere, le abilità di leadership necessarie per far fronte alle
credenze e ai valori si raggruppano attorno a due aspetti del processo di
gestione delle situazioni di transizione: 1)
la percezione del
cambiamento in corso e 2)
2) la sua gestione. Le differenze nei tipi di abilità richiesti e nelle tematiche che emergono nei contesti di transizione dipendono dal ruolo in essi assunto da credenze e valori. Di seguito cito alcuni dei contesti organizzativi e sociali che
richiedono più tipicamente abilità specifiche di leadership e di gestione
delle credenze e dei valori: 1. situazioni in cui sono
state introdotte procedure, valori o relazioni sindacali nuove in sostituzione
di quelle precedentemente vigenti; 2. situazioni di compresenza
di più confini intersecati (orizzontali, verticali, interpersonali e
interfunzionali) fra i diversi gruppi che compongono l'organizzazione o il
sistema; 3. situazioni che comportano
la definizione o la ridefinizione dei criteri e degli standard di produzione; 4. situazioni che richiedono l'allineamento o il riallineamento degli spazi percettivi. Ad esempio il coordinamento di team interfunzionali o la risoluzione di conflitti determinati da cambiamenti imposti dal top management o dall'ambiente Le situazioni di cambiamento sono, nelle organizzazioni e nei sistemi sociali, quelle che più richiedono capacità di leadership. Per stimolare il cambiamento e affrontarne le conseguenze sono infatti necessarie capacità di leadership efficace. Fondamentalmente, un processo di cambiamento implica una persona (1) che modifica il proprio comportamento (2) per ottenere un risultato (3) nell'ambiente che la circonda. Un
obiettivo importante della leadership efficace è aiutare le persone a
mantenere nel tempo la motivazione e lo sforzo necessari a realizzare un compito
o un obiettivo per poter acquisire un risultato desiderato o una visione.
Questo comporta l'intervento di problematiche di incentivazione e di
motivazione. Le questioni
motivazionali di fondo che il cambiamento suscita sono le seguenti: ci dev'essere
qualcuno che vuole acquisire un risultato nuovo e diverso (a); questo qualcuno
deve avere le capacità per farlo (b); e deve avere l'opportunità di
applicare le capacità che possiede per ottenere il risultato al quale mira
(c). La motivazione è modellata dai valori e dalle aspettative della persona
rispetto a questi tre temi e ne risente l'influenza. 1) Il
primo tema è la desiderabilita' del risultato atteso, il valore che la
persona attribuisce
alle conseguenze e ai risultati del cambiamento. 2)
Il secondo è l'aspettativa sull'idoneità dell'azione a ottenere il
risultato, il grado cioè in cui la persona si attende di poter ottenere
i benefici desiderati nel sistema ambientale in cui vive avvalendosi delle
abilità e dei comportamenti che sta apprendendo e nei quali si sta
impegnando. 3) Il terzo è l'efficacia attribuita a sé, il livello di
fiducia nelle proprie abilità personali e nella propria capacità di apprendere
le abilità o i comportamenti necessari a raggiungere il risultato atteso. Le
credenze e le aspettative sulla desiderabilità di un risultato, sulle azioni
necessarie per raggiungerlo e sulle proprie capacità personali giocano un
ruolo importante nella motivazione all'apprendimento o al cambiamento. Ad
esempio è improbabile che qualcuno modifichi il suo comportamento se non
vuole farlo o se crede di non esserne capace. Queste
credenze e queste aspettative sui risultati e sulle capacità personali
giocano un ruolo importante nel cambiamento organizzativo influenzando il tipo
e la durata dello sforzo che le persone sono disposte ad attuare per far
fronte a situazioni nuove e sfidanti. Ad esempio, nelle attività libere, le
persone incerte della propria capacità di dirigere le proprie azioni tendono a
ritirare le loro energie in situazioni che mettono alla prova le loro capacità. D'altro
canto il fatto di raggiungere i risultati attesi attraverso un comportamento
efficace in situazioni sfidanti può rafforzare il senso di sicurezza personale
nelle proprie capacità. Questo accade perché le persone difficilmente danno il
meglio di sé, anche se posseggono le abilità per farlo. È solo nelle condizioni che le mettono fino in fondo
alla prova che le persone scoprono ciò che sono in grado di fare. In situazioni
poco sfidanti e a prova di stupido, anche un genio passerebbe inosservato.
Pertanto, mobilitando energie maggiori, la motivazione può valorizzare le
abilità esistenti, anche quando non porta all'acquisizione di nuove capacità.”
(9) Chiaramente la committenza
trarrà più giovamento in un’azione combinata di ricerca e sviluppo interno
con la direzione di progetto e lavori di specialisti esterni del caso, e vediamo
quando è possibile e utile la ricerca nelle organizzazioni: “...in
linea di principio la ricerca applicata in sé non differisce in alcun modo
dalla ricerca di base per quanto riguarda le esigenze di validità dell'impianto
e di fedeltà delle metodologie di analisi utilizzate. Nessuno sarebbe infatti
interessato a prendere decisioni sulla propria organizzazione basandosi su
dati inattendibili o su interpretazioni estemporanee dei risultati ottenuti.
Resta dunque l'esigenza prioritaria di poter legittimamente escludere altre
spiegazioni alternative plausibili degli eventi analizzati: una ricerca sui
fabbisogni formativi dei componenti un reparto di produzione deve poter
ragionevolmente escludere che le prestazioni insoddisfacenti riscontrate
siano da far risalire alla insufficienza dei mezzi tecnici o ai ritardi di
approvvigionamento, piuttosto che a carenze di abilità specifiche negli
addetti. Diversamente, si tratta di una cattiva ricerca. Anche
il ricercatore che non sia immediatamente interessato a fornire input
decisionali diretti deve tuttavia fare i conti con una componente che potremmo
definire relazionale dell'attività di ricerca. Lo psicologo organizzativo (e
come lui tutti gli studiosi di comportamento organizzativo) ha bisogno di
avere accesso ai contesti organizzativi reali per testare le proprie ipotesi e
per formularne di nuove. C'è un limite alla possibilità di fare ricerca
efficace sul comportamento lavorativo in contesti organizzati utilizzando
situazioni simulate o prendendo in esame singoli aspetti della prestazione,come
è possibile fare in laboratorio. Ora,
molte organizzazioni tendono a guardare con diffidenza chi dall'esterno chiede
di avere accesso per svolgere attività di ricerca. I motivi sono facilmente
intuibili e si possono ricondurre a due grandi categorie: esigenze di
riservatezza (vere o presunte) e timore di intralci alle attività
organizzative. In entrambi i casi, può essere opportuno tenere presente una
serie di accorgimenti che costituiscono una sorta di «saper fare» operativo
del ricercatore e che possono contribuire a far sì che una ricerca possa
svolgersi o meno. Per
quanto riguarda il primo problema, ogni organizzazione ha elementi della propria
vita e del proprio funzionamento che non desidera siano portati a conoscenza di
un pubblico esterno. In alcuni casi, ciò è immediatamente giustificato dalla
materia del contendere: è il caso di organizzazioni che trattano materiale
riservato o di particolare delicatezza. Nessun ricercatore potrebbe infatti
immaginare di essere ammesso direttamente in camera di consiglio, per studiare
da vicino con l'osservazione e con domande dirette l’iter di pensiero
con il quale un collegio di magistrati forma i propri convincimenti in
relazione ad una sentenza da emettere. In altri casi, la ragionevolezza delle
eventuali resistenze ad ammettere un estraneo alla conoscenza di taluni aspetti
della vita organizzativa è meno evidente. Anche in questi casi, è opportuno
partire accettando, ove venga presentata, una possibile riluttanza da parte
dei responsabili organizzativi come un dato di fatto con il quale fare i
conti. A
parità di altri fattori, quando un'indagine ha i crismi dell'attività di
conoscenza scientifica (definita solitamente dalla posizione ufficiale e/o dalla
credibilità del ricercatore che la propone) può meglio rassicurare sul
rispetto delle esigenze di riservatezza. In termini operativi, sarà opportuno
chiedere la possibilità di raccogliere i dati che sono necessari alla ricerca
comunicando in modo sintetico ma esauriente ai responsabili dell'organizzazione
almeno i punti seguenti: a)
quali sono gli scopi dell'indagine; b) perché
è stata scelta dal ricercatore proprio quell'organizzazione (quel reparto;
quella sezione ecc.); c) quali
informazioni saranno raccolte, indicando sia il contenuto (sui prodotti;
sull'organizzazione del lavoro; sull'interazione nelle squadre; sui rischi
lavorativi ecc.) che il tipo di informazione richiesta (dati d'archivio;
opinioni dei singoli; comportamenti pubblici; storie personali ecc.); d)
quali strumenti saranno utilizzati per la raccolta dei dati (questionari;
interviste; osservazione diretta; consultazione di archivi ecc.); e) quale
pubblicità verrà data ai risultati. Il più delle volte è possibile affermare
che i dati saranno trattati in forma anonima e aggregata, cosi che non sarà mai
possibile risalire ai singoli individui o alle singole organizzazioni che hanno
fornito i dati: nella
ricerca pubblicata si leggerà così, ad esempio, che le organizzazioni più
grandi comprese nel campione studiato hanno in media sistemi premianti di tipo
x, mentre le più piccole adottano sistemi y, ma non verrà resa pubblica
nessuna informazione su una specifica azienda; f) se
l'organizzazione potrà o meno chiedere di rivedere prima della pubblicazione il
modo in cui sono presentati alcunirisultati, quando ritenga mettano in pericolo
aspetti che considera riservati. Con
questi accorgimenti, il problema della riservatezza, quando non riguardi
limiti giuridici o rischi economici elevati, è di norma ricondotto entro spazi
di negoziazione affrontabili. Rimane
il secondo punto problematico, quello del timore da parte dei responsabili che
1’attività intralci lo svolgimento delle attività quotidiane
dell'organizzazione. A questo proposito, il rimedio principe sarebbe poter
dimostrare l'utilità dell'indagine per l'organizzazione stessa, persuadendo i
responsabili a trasformare cognitivanente in investimento gli inevitabili
costi dell'introdurre persone estranee nel vivo dei processi organizzativi.
Come si vedrà tra poco, questo è talvolta possibile se ricorrono certe
condizioni. Se tuttavia l'utilità diretta è percettivamente troppo lontana o
addirittura assente, si possono migliorare le possibilità del ricercatore
almeno comunicando chiaramente -oltre agli elementi sopra elencati - se verranno
o meno richieste risorse all'organizzazione, e in caso affermativo quali (tempo
lavorativo di alcune persone; disponibilità a modificare processi lavorativi
per permettere lo svolgimento dell'indagine, come nel caso di interviste che
debbano immediatamente seguire un'operazione o della tenuta in tempo reale di
diari delle attività svolte da parte di singoli membri dell'organizzazione). Resta
il fatto che un'organizzazione convinta di ricavare qualche risultato utile
dalla propria partecipazione a un'attività di ricerca costituisce un punto di
partenza più facile per il ricercatore. Atteso che - come si diceva sopra - la
cattiva ricerca non serve a nessuno, la ricerca buona abbastanza può secondo
alcuni autori contare su alcune caratteristiche capaci di aumentare la
probabilità di giungere a termine. È la tesi, ad esempio, che Hakel et al. [1982]
hanno esposto in una raccolta di saggi comparsa nella fortunata serie «Studying
organizations: innovations in methodology» della editrice Sage, raccolta che
è intitolata evocativamente Makìng it happen (Come fare che succeda, nel
senso di come riuscire a progettare nelle organizzazioni ricerche che siano
realizzabili) (10) Specificatamente mobbing “Il lavoro, può diventare un incubo.
Può farci sentire frustrati, umiliati, stressati, e minare la fiducia e la
sicurezza che abbiamo nelle nostre capacità. Il lavoro, abbiamo detto, ma
sarebbe meglio parlare di ambiente lavorativo: dei comportamenti, a volte
impietosi, di colleghi, capi, collaboratori. Non a caso sentiamo sempre più
spesso la parola «mobbing», ossia un clima di umiliazione continua in
ufficio, per cui la vittima si sente messa in disparte, o al contrario presa di
mira, isolata, tiranneggiata dal gruppo di superiori e colleghi. L'etimologia della parola ci può aiutare a capire meglio di cosa si tratta: to mob, infatti, in inglese vuol dire «assalire, aggredire in massa». E l'uso odierno del termine richiama il significato che vi attribuì l'etologo Konrad Lorenz: l'aggressione di un branco di animali volta a colpire, eliminare un membro del gruppo. Un fenomeno così diffuso che cominciano a nascere, in Italia come altrove, centri di aiuto a cui ricorrere per avere una tutela non solo psicologica ma anche legale. ...Umberto Veronesi, ha inserito la prevenzione del mobbing nel decalogo del vero benessere (al terzo posto, subito dopo la lotta al fumo). Ma quando si può parlare di mobbing?
Quando spariscono gli strumenti di lavoro, i conflitti con i colleghi
aumentano, si viene esclusi da notizie o riunioni, girano pettegolezzi sul
proprio conto, si viene sorvegliati minuziosamente, le proprie proposte
vengono rifiutate e le richieste non ottengono risposta... Normale conflittualità aziendale? Non
proprio. Anche perché il mobbing non colpisce poche, fragili persone: i dati
parlano ormai di un milione e mezzo circa di italiani, uomini e donne. Ed è
un vero nemico della salute: può provocare ansia, depressione, insonnia,
cefalea cronica, disturbi della sfera sessuale (e infatti presso una Asl di Roma
è nato un centro di ascolto sul «mal d'ufficio»). Le conseguenze del
mobbing, insomma, sono disastrose. Secondo una ricerca inglese della
Staffordshire University, il 75,6 per cento delle vittime di quello che è un
vero e proprio terrorismo psicologico sul luogo di lavoro lamenta perdita di
autostima, oltre che stress e depressione. E, secondo i sempre più
numerosi studi sull'argomento, non è vero che il «mobbizzato» abbia un
carattere debole, sia un perdente nato, il Fantozzi della situazione per intenderci.
In realtà, la persona colpita può essere la più capace ed efficiente, che
proprio per questo viene ostracizzata; oppure è l'ultimo arrivato, colpevole di
rompere una dinamica di gruppo; a volte è una persona «troppo» creativa e
originale; altre volte ancora una persona onesta che non accetta nepotismi e
piccole corruzioni, anzi le contesta. A volte, infine, il mobbing colpisce chi
ha, come unica colpa, quella di non nascondere la propria omosessualità. L’autostima Ma
qual è la dinamica psicologica del mobbing? Oltre alla vittima, c’é
ovviamente un carnefice. Secondo la psicologa francese Marie-France Hirigoyen,
autrice di un libro sulle molestie morali, si tratta spesso di un narcisista
perverso che prova un piacere appagante nell'aggredire. Altre volte il
carnefice è una persona normalissima, magari un conformista che deve portare
avanti una strategia aziendale. Ma c'è una bella differenza tra concordare un
licenziamento e «far impazzire» qualcuno fino a costringerlo ad andarsene. Molti
esperti, infatti, sostengono che possiamo distinguere due tipi di mobbing.
Quello strategico, che è il più violento, perché risponde a una specifica
strategia per liberarsi di una persona: magari dipendenti che bisogna
eliminare per effettuare tagli del personale, o quadri e dirigenti la cui
competenza non è più utile all'azienda. Più esposte, in questi casi, le
persone tra i 40 e i 50 anni, ritenute generalmente meno adatte ad affrontare
cambiamenti tecnologici o a imparare l'uso di nuovi strumenti di lavoro
(vedi Internet). Poi
c'è il mobbing emozionale, che riprende l'antichissimo fenomeno del capro
espiatorio e porta il gruppo a identificare una vittima contro cui accanirsi,
fino alla sua espulsione. Ma soprattutto, sottolineano alcuni
studiosi, il fenomeno del mobbing è esploso in questi anni perché nel mondo
del lavoro è aumentata la competitività, e perché sono frequenti i casi di
pessima organizzazione interna, di imprecisa definizione delle mansioni
(specie nella pubblica amministrazione), di eccesso di straordinari,
controlli, minacce di riduzione di organici che scatenano il panico... Si può reagire? Come afferma la
psicologa Alessandra Menelao, un'attenta analisi dell'eventuale
richiesta di aiuto dovrebbe riguardare la vittima delle vessazioni (il «mobbizzato»),
l'autore delle azioni (il «mobber») e le relazioni interpersonali che si
sono venute a creare sul posto di lavoro. Occorre poi verificare se si tratta di
mobbing verticale, cioè di un superiore nei confronti di un subalterno
(chiamato anche «bossing»), o orizzontale, tra colleghi invidiosi e
insoddisfatti. Tra i vari libri usciti di recente e
dedicati all'analisi di questo fenomeno, uno dei più documentati è sicuramente
Cattivi capi, cattivi colleghi, di Alessandro e Renato Giglioli. I
workaholic : quando1'autostima
viene solo dal lavoro Il piacere di lavorare può essere un doping naturale ed energizzante. Ma a volte diventa una vera e propria droga, che spinge a non staccare mai dall'ufficio, neanche in vacanza, perché è lì che si esprime la parte più creativa e vitale della propria esistenza. È lì - solo lì -che viene nutrita e rafforzata la propria autostima. Il pericolo? Quello di andare a ingrossare la nutrita schiera dei «workaholic», come vengono chiamati in America i drogati da lavoro. Il meccanismo è lo stesso degli alcolizzati, solo che al posto della bottiglia ci sono il computer (magari portatile) e l'amata scrivania. I
disoccupati: l'autostima in caduta libera
Paradossalmente, chi vive solo per il
lavoro ha molto in comune con chi è disoccupato: per entrambi, l'autostima è
legata a doppio filo alla realizzazione professionale. Questo perché la mancanza di lavoro rappresenta una perdita non solo dello stipendio, ma anche dello «status» e dei contatti sociali. Molti disoccupati vivono un profondo stato di depressione, non osano neppure parlare della loro situazione in famiglia o con gli amici. Talvolta, nei casi più estremi e disperati, neanche la moglie sa che hanno perso il lavoro.”(11) Vediamo anche chi di solito emerge come mobber o per lo meno tracciamone un profilo, Pasini
in un suo libro dice così: “ Non
complichiamoci la vita.” «L'enfer c'est les autres» dice la battuta
conclusiva del dramma di Sartre A porte chiuse .Non voglio fare mio
questo pessimismo estremo, che considera il prossimo come l'ostacolo primario
alla soddisfazione personale. Tuttavia, se interrogo le persone intorno a me,
emerge implacabile sempre la stessa lamentela: «Se solo non ci fosse quel
rompiscatole in ufficio... Se non avessi una moglie o un marito soffocante... Se
mio cognato (o mia suocera) fossero meno intriganti!». Il punto è che
spesso questi personaggi difficili non hanno niente contro di noi. Sono però
individui che, invece di cercare di semplificare la propria vita, fanno di
tutto per complicarsela. In tal modo diventano protagonisti della loro infelicità,
e nel farlo ci coinvolgono, più o meno involontariamente. Spesso, all'inizio,
noi siamo solo spettatori, poi veniamo tirati dentro, controvoglia, in una triste
rappresentazione. Già
Silvio Ceccato, intelligente e simpatico predecessore di Alberoni,
ha individuato alcuni di questi «nemici»: i maniacali, i lamentosi, i colpevolizzanti, i ruffiani, i complicatori,
i furbetti e gli odiosi. In questo libro cercherò invece di identificare tutti
i possibili «guastatori» della nostra felicità, gli stessi che incontriamo
(o possiamo incontrare) ogni giorno sul lavoro o nel privato. Non parlerò infatti
di situazioni riguardanti l'ambito psichiatrico, ma degli aspetti non patologici
di nevrosi e perversioni. Del resto, chi non ha mai avuto a che fare con un capo
tirannico, con un'amica depressa e lamentosa, o con un parente permaloso e
importuno? Sono loro che ci rendono la vita difficile, quelli che ho
soprannominato i «rompiscatole». Cercheremo allora non tanto di evitarli (a
volte è impossibile, soprattutto se ce li ritroviamo in ufficio o in camera
da letto), quanto di evitare gli effetti negativi che possono produrre.
Tentando insomma di neutralizzarli, o perlomeno di neutralizzare alcuni loro
comportamenti «tossici».”(12) La cosa molto interessante riscontrata negli anni della mia attività è che spesso fra i soggetti “tossici” o con caratteristiche di mobber compaiono persone manipolatrici. Esistono anche dei corsi per acquisire o migliorare le tecniche di manipolazione, come per selezionare al meglio le proprie vittime: “Le caratteristiche del “bersaglio ideale” “Innanzitutto chi è il bersaglio ideale? É più facile una persona dell’altro sesso, senza impegni famigliari inderogabili, con poca stima di sé e grande bisogno di compiacere gli altri e di essere accettato. Inoltre, è meglio indirizzarsi verso chi già ci deve dei favori e sostenere con una motivazione importante la nostra richiesta. Infine, è meglio scegliere individui intuitivi, che cioè non abbiano bisogno di spiegazioni particolareggiate per dare un consenso: varie ricerche hanno dimostrato che sono più facili da persuadere. Un indice non verbale per stabilire se insistere o no. Dopo avergli esposto la richiesta, il nostro interlocutore può fare delle obiezioni: osservate allora il suo battito del cuore attraverso la carotide (l’arteria che si vede pulsare sul collo). Chi mostra un’accelerazione della frequenza cardiaca è in genere più “rognoso” e trova spesso delle giustificazioni per non fare quello che gli chiedete: meglio quindi indirizzarsi subito verso qualcun altro.” (13) Altrettanto rimarca Scott Adams (questa volta comicamente) su come spadroneggiare sui colleghi: “Cercate di spadroneggiare sui colleghi. Date loro degli incarichi; mandateli in giro a raccogliere informazioni; chiedete loro di fare straordinari...Cose del genere. Molta gente risponderà indignata con parolacce. Ma una certa percentuale farà tutto quello che chiederete, perché troppo timida per fare resistenza. Potrebbero pure apprezzare la chiarezza e lo scopo che avrete dato alla loro vita. Cominciate con poco, ordinandogli di fare il proprio lavoro in modo di fare bella figura tra i loro pari. Lodateli generosamente per aver seguito le vostre direttive. Ben presto cominceranno ad associare le vostre direttive a risultati piacevoli.” (1) Allora come difendersi dal manipolatore? Vediamo le sue caratteristiche! “Dietro la facciata si nasconde l’uomo. ...le apparenze che possono assumere i manipolatori sono molteplici. Si tratta di maschere di cui si servono per manovrare meglio gli altri. A dire il vero, i manipolatori possono usare tutte le maschere: da quella simpatica a quella del dittatore caratteriale. É questa la ragione per cui sono così difficili da smascherare. Il manipolatore simpatico lo è solo fino ad un certo limite. Allorché tocchiamo il suo potere o il suo territorio si trasforma istantaneamente. Quando si vede rifiutare qualcosa diventa ironico, sarcastico, addirittura cattivo. Non sopporta le osservazioni e i rimproveri più di qualunque altro manipolatore. In effetti, per riuscire a scoprire un manipolatore dobbiamo conoscere con estrema precisione le caratteristiche che lo distinguono da un altro individuo. La manipolazione fa presa direttamente su circuiti codificati e socialmente prestabiliti. Siamo governati da codici sociali e da principi che il manipolatore sa usare a proprio vantaggio, deviandoli dai loro valori reali. Per esempio, la colpevolezza è fortemente utilizzata dal manipolatore come arma d’influenza. Tutti coltiviamo una minima dose di senso di colpa. I problemi nascono quando questo senso di colpa diventa esagerato, supera i limiti del razionale e c’impedisce di vivere felici. Ora, la maggior parte degli individui non affermati non percepisce questo limite. I manipolatori riconoscono rapidamente questo tipo di individui e ne sfruttano le lacune. Ancora meglio, fanno si che il limite non esista più, in modo da utilizzare queste persone come meglio credono. A priori, niente ci obbliga a lasciarci sfruttare, a lasciarci trattare come bambini, sminuire e stressare da chiunque. Ma il manipolatore spesso esercita un potere sugli altri, un potere reale e psicologico, perché fa appello al mondo sentimentale. L’importanza
dell’identificazione. ...la prima mossa consiste nel determinare se l’individuo che vi fa soffrire così tanto o che sabota la vostra organizzazione è un manipolatore. ... molti manipolatori non tramano né truffe né macchinazioni: non tutti hanno la levatura necessaria, e non tutti hanno gli stessi obiettivi nella vita. Diventate meno
emotivi e più razionali. Le emozioni trasportano con sé tutto ciò che si trova sul loro passaggio, ma sono i vostri pensieri, le vostre convinzioni e i vostri principi che tengono le redini. La grande differenza tra le persone affermate e i passivi si trova qui. I pensieri e le convinzioni non sono per niente gli stessi! Essere affermato (assertivo) per un individuo consiste nell’esprimere chiaramente e sinceramente i propri bisogni (le proprie esigenze), le proprie negazioni e i propri sentimenti in modo da raggiungere il proprio scopo senza offendere l’altro e in funzione dei rischi corsi. Il passivo vede i rischi dove non ce ne sono. Li anticipa in modo irrazionale e blocca così i comportamenti adatti. La Strategia Razionale – Emotiva La Strategia Razionale – Emotiva (S.R.E) è il frutto del lavoro di Albert Ellis, dottore in psicologia e psicoterapeuta. L’ha sviluppata in ambito terapeutico a partire dal 1968. La sua teoria non è nuova: esisteva già all’interno dello stoicismo (circa 300 anni avanti Cristo) e fu ripresa negli scritti di Epitteto e di Marc’Aurelio (un secolo dopo Cristo). Si trattava allora come di un concetto filosofico, ora invece è di tipo terapeutico. ... La S.R.E. consiste in un confronto dei vostri pensieri delle vostre convinzioni (cognizioni ) con la realtà. Il processo è mentale, ma si tratta di un metodo di cambiamento sul piano emotivo. Come confrontare queste convinzioni? Con un sistema di domande oggettive. Non si tratta qui di una pratica di persuasione in cui si passa dal tutto negativo al tutto positivo. ( ma può ricordare alcune pratiche di programmazione neuro linguistica.corsivo nostro ) Sappiate rifiutare Avere il coraggio e la capacità di rifiutare è uno degli elementi più primordiali dell’affermazione di sé. Questo non significa che una persona affermata rifiuta sempre, tutto e a tutti! Al contrario: accetta in modo ancora più autentico perché si autorizza a non accettare quello che non condivide. Quando dice “sì” pensa “sì”. Il passivo dice spesso “sì” quando pensa “no”, e la frustrazione fa il resto! Gli atteggiamenti da adottare ... l’iniziativa migliore che possiate prendere se siete in contatto con un manipolatore (per obbligo o per la convinzione di non potergli sfuggire ) è quella di iniziare a portare il lutto per una relazione ideale ed autentica. Il modo di comunicare che potete adottare sarà allora radicalmente diverso da quello abituale, se non addirittura l’opposto. L’esercizio della contro – manipolazione ne è un esempio perfetto. Arrestate al più presto qualsiasi sistema alienante già stabilito tra di voi Non raccontategli i particolari della vostra vita Non rispondete alle domande che non sono formulate in modo chiaro Annotate tutto Rifiutatevi di fargli voi stessi da intermediari Unitevi Reagite con prudenza all’adulazione Cos’è dunque la personalità manipolatrice? Una personalità narcisista? Paranoica? Psicopatica? Oppure psicotica? Alcuni manipolatori possono corrispondere a due quadri diagnostici diversi. ... La personalità manipolatrice può essere curata? Sembra di sì, se il manipolatore viene a consultarci con questa richiesta. Dobbiamo però sottolineare che questo passo è molto raro. ..Per il momento, i professionisti della salute mentale devono aiutare le vittime: per questo devono riconoscere quando e come queste sono in contatto prolungato con un manipolatore. Non aspettiamo che il manipolatore cambi spontaneamente. La nostra salute consiste nel nostro adattamento e nella nostra profonda determinazione a non lasciarci mai distruggere ... da nessuno.” (14)
dott. Pier Paolo Bottin
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